Dalle speculazioni etimologiche all’appropriazione del mito templare in ambito massonico fino alle presunte origini gnostiche. La ricerca sulla figura del Bafometto prosegue con il secondo dei quattro contributi.
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Furono più celebri i templari…
Si deve attendere la seconda metà del XVIII secolo per tornare a parlare di Baphomet. Non che fino ad allora (ben quattro secoli circa) non si sia mai parlato dei Templari; lo hanno fatto moltissime personalità ma – appunto – concentrandosi quasi esclusivamente sui Templari e non aggiungendo niente di più al mistero del Baphomet. Tra i tanti spicca il celeberrimo Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim1 il quale in proposito scrisse: Nessuno ignora che i demoni malvagi possano essere evocati con arti malvagie ed empie, come narra Psello fossero soliti fare i maghi gnostici, presso i quali si praticavano le turpitudini esecrande e abominevoli che un tempo caratterizzavano le feste in onore di Priapo e nell’adorazione dell’idolo che era chiamato Panor al quale veniva offerto il sacrificio con le parti intime scoperte. Né è diverso da queste nefandezze, se certo è verità e non una favola, ciò che si legge a proposito della detestabile eresia dei Templari e cose simili a queste sono manifeste nelle donne malefiche, che una certa demenza senile spesso spinge a smarrirsi in turpitudini di questo tipo. Con queste cose e altre simili, dunque, si adescano i demoni malvagi ed essi operano insieme2.
Il Bafometto è un pentacolo?
Il nascente mito della Massoneria rivendicherà in molte occasioni una discendenza templare già dal XVIII secolo. Tra i tanti posso ricordare Johann August von Stark3 e Friedrich Nicolaï4. Mentre il primo ricostruiva una storia molto fantasiosa dell’eresia templare (con ascendenti addirittura russi!) il secondo sosteneva la tesi di una regola segreta dell’Ordine e, forse per primo, negava il legame tra Baphomet e Maometto sostenendo un’etimologia greca del termine e accostando la figuram Baffometi all’Abraxas degli gnostici basilidiani.
Non ci sono prove a sostegno della tesi di Nicolaï e tuttavia la sua interpretazione dell’idolo ci interessa particolarmente. Di fatto egli fu il primo ad avvicinare il Baphomet al pentagramma.
Sarebbe difficile determinare con certezza il vero significato del segno di Baphemetus, della figura Baffometi che era dipinta sul busto, immagine del Creatore. Intanto, ecco cosa ne penso e la mia opinione, presa come semplice ipotesi, mi sembra vicina alla probabilità: a mio avviso, quel segno non era altro che lo stesso pentagono di salute e benessere riferibile a Pitagora5.
Il pentacolo (o pentagono o pentagramma) era in effetti un simbolo pitagorico sulle cui punte venivano tracciate le lettere della parola greca ὑγεια, salute. Il simbolo passò poi alla tradizione esoterica e all’ermetismo significando sempre salute, vigore oppure la centralità dell’uomo nel Cosmo, fino a vestirsi di ambivalenza nella rilettura di Eliphas Lévi che vide nel pentagramma un canalizzatore di energie positive se posto con una punta in altro e, viceversa, di energie negative se posto con due punte in alto6.
Il filone inaugurato dal Nicolaï si rivelò proficuo e ancora oggi una parte degli studi sui Templari e sul Baphomet insistono nel vedere nell’eresia del Tempio una deriva gnostica spesso influenzata dall’islamismo.

Joseph von Hammer Purgstall
In questo filone si inserisce la querelle dei celeberrimi cofanetti attribuiti ai Templari reperiti in Borgogna e in Toscana e rivelati al grande pubblico da Joseph von Hammer Purgstall7.
Nel 1789 alcuni operai durante i lavori di ripulitura di un terreno per ordine del Marchese di Chastenay (dipartimento di Yonne) rinvennero un cofanetto (cm 19 x 25 x 13) che, passando in seguito di mano in mano, giunse al Duca Pierre-Louis Casimir de Blacas8. Più tardi, il cofanetto destò l’attenzione dell’orientalista Joseph von Hammer Purgstall, amico di Casimir de Blacas.
Von Hammer si interessava ai Templari su incarico di William Sidney-Smith9, un ufficiale inglese che aveva combattuto le truppe napoleoniche in Egitto e in Medio Oriente10.
L’ambizione di Sidney-Smith era quella di costituire un nuovo ordine Templare contrapposto alla Massoneria. L’operazione pare aver ricevuto anche l’avallo dello stesso Napoleone11. A titolo di curiosità si aggiunga che Von Hammer finì, volontariamente o meno, per tacciare l’Ordine dei Templari delle peggiori nefandezze andando di fatto contro alle richieste del proprio committente.
Nelle decorazioni del cofanetto del Duca de Blacas Von Hammer riconobbe – o credette di riconoscere – allegorie e simboli propri dello gnosticismo. Iniziò ad approfondire il senso delle incisioni e riuscì anche ad individuare altri cofanetti simili in altre collezioni (a Vienna e Volterra)
La collezione del Duca di Blacas è andata perduta12, ma per nostra fortuna Von Hammer fece realizzare alcune incisioni delle decorazioni. I temi raffigurati sembrano essere quelli dell’adorazione di idoli, sacrifici e rituali dei quali non è chiaro il senso.
Nella parte superiore del cofanetto è rappresentata una figura androgina dotata di barba e seni (Von Hammer riuscirà nel tempo ad identificare molte figure affini su altri manufatti).
Tale figura è coronata della corona della Mater Turrita, Cibele. Stringe nelle mani due catene sormontate dal Sole e dalla Luna capovolti. Completano il tutto alcune scritte in arabo. Secondo la ricostruzione di Von Hammer, questa figura potrebbe rappresentare un idolo affine al Baphomet. Sotto di essa vi sono la stella a sette punte, simbolo gnostico, un pentagono e un teschio. Ai lati degli scrigni varie teorie di simboli rimandano alle dottrine gnostiche: dall’Ouroboros al luciferianesimo.
Von Hammer, anche sulla base di studi precedenti (cfr. più avanti) in un primo momento aveva creduto che l’eresia del Tempio, e l’idolo in particolare, fossero riconducibili ad insegnamenti tramandati dall’Antico Egitto; proprio in seguito all’analisi del cofanetto preferì la tesi di una derivazione gnostica. In particolare, concluse, gli insegnamenti dell’eresia templare derivano dalla dottrina degli Ofiti13. Nella ricostruzione di Von Hammer la funzione del cofanetto (e degli altri affini) era quella di custodire le cordicelle che i Templari portavano con sé e che erano state precedentemente sacralizzate dal contatto con l’idolo (vedi Baphomet #1).
Ma i cofanetti sono un falso o no?
Secondo l’analisi di Spartakus Freeman e Soror D. S.14 l’origine dei cofanetti è relativamente moderna. I due autori riportano quanto affermato da Charles Picard15 che confrontando il cofanetto con altri reperti (in particolare quelli relativi a sacrifici animali) scrisse che fino al XVIII secolo si riproduceva il motivo più o meno incompreso: esso è stato snaturato su un falso d’epoca, lo scrigno “bafomettico” presumibilmente portato alla luce da Essarois nella Côte d’Or16. A sostegno di ciò ci sarebbe pure la questione delle scritte in arabo poste a decorazione dei cofanetti: di fatto non significano nulla (nonostante i tentativi di traduzione fatti da Von Hammer e altri) e potrebbero essere state copiate arbitrariamente da incisori che non conoscevano l’arabo con le inevitabili distorsioni del caso. Il cofanetto esaminato dal Von Hammer pertanto sembra essere un falso o almeno un manufatto eccessivamente tardo rispetto alla vicenda dei Templari (qualcuno lo data al XV secolo), completamente svincolato dall’eresia dell’Ordine. Ciò vale anche per gli altri due cofanetti individuati a Vienna e in Toscana. In anni recenti uno dei cofanetti è stato individuato nei magazzini del British Museum ma non è stato ancora datato ne analizzato se non da pochi cultori17 e di fatto ancora non si è giunti a nessuna conclusione.
Le conclusioni di Von Hammer furono contestate anche da Jules Loiseleur18 nel suo La doctrine secrète des Templiers del 187219 il quale preferì parlare di contaminazioni del credo dei Templari derivate si dalle dottrine del Vicino Oriente ma mediate attraverso gli insegnamenti catari e bogomili.
Bahumed
La vicenda dei cofanetti – si è detto – non rappresentava il primo incontro di Von Hammer con il mito delll’idolo dei Templari. Nel 1806 infatti aveva pubblicato la traduzione di un manoscritto dello Pseudo Ibn Waḥshiyya il Kitāb Shawq al-mustahām fī maʿrifat rumūz al-aqlām. In questo testo è rappresentato un genio che Von Hammer associa a Baphomet e il cui nome legge Bahumid: Questa figura esprime il più sublime segreto, chiamato in origine Bahumed o Kharuf. Il Segreto della Natura del Mondo, o Segreto dei Segreti, o Inizio e Fine di Tutte le Cose20. Proseguendo nella sua analisi Von Hammer traduce la parola Kharuf con vitello e fa risalire la genesi dell’idolo all’egizio Api. Ma la traduzione non convince e già l’orientalista Sylvestre de Sacy recensendo il libro sottolinea che la traduzione più corretta del termine è agnello. Von Hammer replicherà in seguito (1832) nel suo Mémoire sur deux coffrets gnostiques du Mayen Agee21.
In questa seconda pubblicazione Von Hammer stesso abbandonerà la tesi dell’origine egizia dell’idolo per preferire, come visto sopra, la tesi gnostica. Anche alla luce di un precedente lavoro del 1818 Le mystère de Baphomet révélé, par lequel l’Ordre du Temple ainsi quel es gnostiques et les ophites sont convaincus d’apostasie, didolâtrie et d’impureté par leus propres monuments (numero monografico della rivista Mines de l’Orient) nel quale si era appunto occupato dei due cofanetti.

Meté
Ne Le mystère de Baphomet révélé Hammer sosteneva che i templari avessero peccato di idolatria, e la loro eresia li avrebbe spinti alla depravazione. Ciò anche in virtù di un vincolo che l’Ordine avrebbe stretto con la celeberrima setta degli Assassini. Questo potenziale vincolo originò le speculazioni più improbabili: l’eresia templare avrebbe attinto dalle dottrine degli Ofiti prima e quindi dei Nusayriti (o Ansariyya) o degli Yazīdī, insomma di tutte quelle sette satellite dell’universo islamico. Ancora oggi non sono pochi gli studiosi che avallano parzialmente le conclusioni di Von Hammer.
A suggello delle sue tesi Von Hammer riportò una serie di bassorilievi, monete e altri manufatti raffiguranti quelli che egli identificò come Baphomet: figure sovente androgine dotate di barba e organi sessuali femminili o viceversa figure dichiaratamente femminili ma dotate di fallo. Molte di queste immagini sono simili alle figure riprodotte sui cofanetti.
Queste figure in un certo modo inquietanti costituiscono il primo tentativo di traduzione in immagine dell’idolo attribuito ai Cavalieri del Tempio. Eliphas Lévi se ne ricorderà al momento di proporre al pubblico la rappresentazione divenuta classica di un androgino con testa di capro, il caduceo di Ermete tra le gambe incrociate alla turca e un pentagramma sulla fronte.
Secondo Hammer, tali immagini rappresentano quindi Bafometto, che in realtà dobbiamo leggere Meté: “Negli atti del processo contro l’Ordine del Tempio troviamo che i cavalieri adoravano un idolo a forma di Bafometto, in figuram Baphometi. Scomponendo questa parola, otteniamo Bafo e Meti. In greco, βαφή significa tintura, e per estensione battesimo; μήτεος significa dello spirito: il Bafometto dei Templari era pertanto il battesimo dello spirito, il battesimo gnostico, che non veniva effettuato con l’acqua della redenzione, ma era piuttosto una purificazione spirituale con il fuoco. Bafometto significa quindi “illuminazione dello spirito”
L’idolo Meté corrisponderebbe pertanto alla Sophia gnostica, chiamata anche, sempre secondo Hammer, “Achamoth, Sofia, Barbeloth, Prunikos, madre, pecora, terra, Gerusalemme, Ogdoade, Bahomed o Bafometto, la quale, con questi diversi nomi è, dopo il Padre Eterno, il primo personaggio della gerarchia gnostica22.”
Von Hammer sostenne pure di essere riuscito a tradurre i caratteri in arabo del cofanetto del Duca di Blacas. Secondo la sua interpretazione questi dicevano Exaltatur Meté germinans, stirps nostra Ego et Septem fuere. Tu es unus Renegantium. Reditus πρωκτός (ano in greco) fit. Cioé: Sia lodata Meté, che fa germogliare e fiorire tutte le cose! Essa è il nostro principio, che è uno e sette! Abiura la tua fede e abbandonati a tutti i piaceri23.
Ad oggi le teorie di Von Hammer sono fortemente contestate da molti, ma molti altri sostengono l’origine greca della parola Baphomet basandosi proprio sui termini βαφή (tintura; battesimo) e μήτεος (dello spirito).
Etimologie
Le speculazioni di Von Hammer, giuste o sbagliate che fossero, ebbero il merito di riaccendere l’interesse sul misterioso idolo dei Templari. Secondo Luois Grégoire24 il Baphomet sarebbe “il nome di statuette simboliche che ebbero un ruolo nelle cerimonie misteriche degli gnostici e, più tardi, dei Templari25.” Sulla stessa linea si muoveva Camille Flammarion26 nel suo Dictionnaire encyclopédique universel. Fino al celebre Montague Summers27, anch’egli sostenitore della tesi gnostica e che traduceva Baphomet come integrazione della sapienza primordiale.
Si chiamavano così le figure idolatriche venerate dai Templari, secondo le accuse che sono state mosse loro. Queste strane teste sono state assimilate alla Meté, o Sapienza, la divinità degli gnostici. Vi si ritrovava la croce tronca o la chiave egizia della Vita e della Morte, il serpente, il sole, la luna, il candelabro a sette bracci, la stella del sigillo28.
Più concisa la definizione dell’archeologo Claude-Sosthène Grasset d’Orcet29 secondo cui il Baphomet era legato a reminescenze mitriache ereditate dai Templari. Nello specifico l’archeologo traduceva Baphomet come bagno dell’intelligenza e sosteneva pertanto che il misterioso idolo altri non fosse che una fiasca a forma di testa contente del vino. L’archeologo inoltre sottolineava come ciò non implicasse una qualche forma di eresia da parte del Tempio in quanto, affermava, i Templari non adoravano il vino ma piuttosto con esso tempravano il loro spirito e innaffiavano l’intelletto. Piuttosto le sinergie tra la figura di Mitra e quelle del Cristo ne garantivano la caratura di perfetti cristiani30.
Altre etimologie furono proposte da Pierre Dujols31: Baphé Météios, traducibile all’incirca come battesimo di Meté (Dujols basava la sua interpretazione sulla dottrina degli Ofiti e riconduceva il Baphomet ad una ipostasi del dio Pan); Éliphas Lèvi32, autore della più celebre raffigurazione del Baphomet, proponeva di invertire le lettere per leggere Tem. Ohp. Ab, abbreviazione di Omnium Hominum Paces Abbas (il padre del tempio della pace per tutti gli uomini), ma secondo altri l’idea sarebbe da attribuire a Emile Michelet33; Alain Marillac34 suddividerà il nome in TEM O HPAB interpretando poi TEM come tempio (tem è la radice greca per tempio ma anche per tagliare e pertanto secondo Marillac la radice è associabile alla cesura che l’Ordine del Tempio avrebbe avuto con la Tradizione cristiana creando una sorta di locus amoenus atto alla pratica cultuale); dopo aver ricondotto le successive O e HPAB ai nomi dei Gran Maestri Templari, Marillac sostituisce alle lettere latine quelle ebraiche e attraverso un’iperbole filologica cerca di dimostrare una connessione tra la figura di Baphomet e quella di Behemoth. Sulla stessa linea si muoverà René Guenon35.
Ancora altre etimologie sono: Ab, Oph, Tem, cioè particella del grande serpente cosmico (Paul le Cour36); Baphomet come contrazione dei nomi di Giovanni Battista e Maometto (John Charpentier37); Padre Mitra (Aleister Crowley38); Abufihamat – pronunciato dagli arabi bufiamet – , cioè padre della comprensione o padre della conoscenza o ancora padre dell’ignoto (Idries Shah39); e ancora Ouba el Phoumet (la bocca del padre) e Bach h’ammed (Paul Aimès40) che significa il primo laudatore41. Gérard de Sède42 proponeva invece Bapheus-mété, ovvero tintore della Luna, l’iniziato che riesce a trasmutare l’argento in oro e, in seguito, Oubad el Phoumet, cioè la bocca del padre43.
Albert Ollivier44 nel suo libro Les Templiers (1958) affermò che Baphomet semplicemente traeva origine dal porto cipriota di Bapho da cui salpavano le navi dei Templari. Osservano Roberto Volterri e Alessandro Piana che: L‘ipotesi non appare del tutto peregrina poiché sappiamo che in antico a Bapho esisteva un tempio dedicato alla dea-madre fenicia Astarte, identificabile anche con Afrodite, e successivamente – con l’avvento del cristianesimo – con la Vergine Maria. La qual cosa giustificherebbe alcune testimonianze templari, estorte durante i processi, in base alle quali la testa adorata, il proteiforme Baphomet, sarebbe appartenuta ad una vergine45.
Suggestiva infine l’ipotesi dello studioso Hugh Schonfield46 il quale attraverso la permutazione delle lettere data dal codice Atbash, un antico cifrario a sostituzione monoalfabetica dove cioè la prima lettera dell’alfabeto viene sostituita con l’ultima e via dicendo, tradusse il nome Baphomet come Sophia (sapienza).
Ipotesi marginali improbabili quanto importanti
Non vale la pena di spendere troppo tempo su tutta quella parte di ricercatori che, bontà loro, identificano il Baphomet con la Sindone. Innanzi tutto è da chiarire se davvero la Sindone sia originaria dell’epoca del Cristo o se sia (ed è probabile) un falso medievale. Ma se anche fosse originale nella storia della Sindone ci sono troppe zone ancora buie: si sa che una copia era già stata creata in epoca medievale, si dice che questa copia sia andata distrutta (o è stata distrutta quella vera?) e che per miracolo si sia salvata la vera; si ricostruisce arbitrariamente il suo arrivo in Europa, talvolta proprio per mano dei Templari e via e via sulle piste della pseudo Storia47.
Ci si dimentica però di due dettagli importanti:
Il primo è il rapporto che l’Ordine del Tempio sembra aver avuto col Cristo. Stando alle deposizioni del processo i Templari disprezzavano il crocefisso e molte deposizioni sembrano mettere in secondo piano la figura di Gesù, per esempio Étienne Trobati dichiarò che l’idolo aveva forma di testa con una croce sulla quale vi era raffigurato il Cristo. Ma aggiunse anche che gli fu ingiunto di non credere che il Cristo fosse morto, perché ciò non era possibile ma che “dovevo affidarmi a quell’idolo, che mi fece adorare e baciare come una reliquia”
Questa affermazione spinse Jules Loiseleur a vedere nell’eresia templare un influsso della dottrina docetista48. Il docetismo è una dottrina di derivazione gnostica che afferma che il Cristo non avrebbe avuto un corpo fisico ma bensì aereo. In virtù di tale natura il Redentore avrebbe come posseduto un uomo qualunque per il conseguimento del proprio disegno messianico ma lo avrebbe abbandonato al momento della crocifissione. Se così fosse l’uomo Gesù al momento del martirio sarebbe stato comunque soltanto un uomo e non avrebbe avuto senso possedere reliquie della sua passione.
A queste rapide considerazioni va aggiunta l’abitudine di sputare sul crocefisso durante il rituale Templare di iniziazione, consuetudine testimoniata da una larghissima fetta di verbali, anche di luoghi molto distanti tra loro.
Il secondo dettaglio che andrebbe fatto notare ai promotori dell’identificazione dell’idolo con la Sindone concerne la debolezza delle prove. Spesso si giustifica l’identificazione con la gran parte di volti effigiati su teli, sculture, dipinti ecc. rinvenibili nella grande maggioranza di chiese o cappelle, talvolta in mansioni templari. Un esempio famoso è quello di Templecombe, villaggio del Somerset in Inghilterra, dove è stata ritrovata una tavola di quercia dipinta raffigurante il volto del Cristo.

Pur nella sua figura oltremodo inquietante questa tavola non ha certamente nessun collegamento col Baphomet. Anche perché di immagini simili sono piene le chiese e le cattedrali di mezza Europa. Difficilmente tutte le raffigurazioni del volto di Cristo saranno in realtà Bafometti. Così come difficilmente tutti gli arabeschi e i volti dell’arte romanica saranno repliche delle fattezze dell’idolo (come pretenderebbero alcuni studiosi).
Tuttavia anche queste ipotesi, purché completamente da scartare, potrebbero fornire importanti spunti di riflessione. Per esempio nell’arte romanica (ma anche nella gotica), come detto, ci sono molte raffigurazioni di volti bafomettici e anche se la gran parte di essi non sarà riconducibile all’idolo tuttavia i canoni estetici con cui sono stati raffigurati potrebbero fornire indicazioni importanti per successive ricerche. È il caso del tacquino dell’architetto Villard de Honnecourt49 nel quale si può osservare lo schizzo delle proporzioni del volto di un uomo costruito su un pentacolo50. Certamente non si sta parlando del Baphomet ma quasi sicuramente si può constatare come la anche la sola ricerca delle proporzioni di un volto – per non parlare di altri motivi decorativi del romanico e del gotico – passasse attraverso schemi oggi desueti e che potrebbero tuttavia rivelarsi preziosi in fase di ricerca51.
Il lettore volenteroso di approfondire va però avvertito di non lasciarsi suggestionare da quanti vedono Bafometti in ogni chiesa o cattedrale, come quello dell’immagine in apertura posizionato nel XIX secolo sul portale della cattedrale di Saint Merri a Parigi. O come altre figure rinvenibili a Roma, Navarra o Pisa (per dirne alcuni). Tanto meno dovrebbe lasciarsi suggestionare da ricostruzioni che vedono nell’idolo una variante del Graal. anche in questo senso non ci sono ne prove ne argomentazioni di una qualche rilevanza.

Conclusioni
A conclusione di questo secondo contributo si potrebbe rimanere disorientati: dunque Baphomet è un idolo gnostico? E se è così il suo senso più profondo non è immune da contaminazioni islamiche? O è la stessa Sindone? Oppure è la Sophia gnostica, la Sapienza personificata? O magari una rappresentazione dell’uomo-Cristo intrisa di significato iniziatico? O un pentacolo pitagorico? Ma non era una testa? O un idolo? Gli interrogativi sono tanti ma ancora il nostro viaggio non si è concluso e ritenendo la pista gnostica non priva di rischio (non fosse altro per l’entusiasmo con cui si attribuisce la genesi dell’eresia del Tempio alle più svariate dottrine e all’entusiasmo con cui si coniano continuamente etimologie) resta da sondare una seconda possibilità, forse meno vistosa ma certamente più possibile.
Ne parlerò nel terzo contributo.
Gli altri contributi sul Baphomet:
Quattro contributi sul Baphomet #01 – Le fonti, l’Islam e due storie
Quattro contributi sul Baphomet #03 – La testa, le corna, la barba. il Baphomet secondo Éliphas Lévi
Quattro contributi sul Baphomet #04 – Un solo dio, tutti gli déi
Bibliografia
- Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, De Occulta Philosophia. Libro I, a cura di Giuseppe Pascarelli, Grenelle, Potenza 2015
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019
- Joseph Von Hammer – Prosper Mignard, Le pratiche occulte dei Templari, a cura di Vittorio Fincati, Tipheret, Acireale 2024
- AA. VV. Statue. Rituali, scienza e magia dalla Tarda Antichità al Rinascimento, SISMEL, Firenze 2017
- Jules Loiseleur, I segreti dei Templari, a cura di Luisa Lanni, Odoya, Città di Castello 2017
- Roberto Volterri e Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006
- Keith Laidler, Il segreto dell’Ordine del Tempio. Alla ricerca delle verità nascoste dietro il misterioso culto della testa di Dio, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2001
- Alain Erlande-Brandenburg, Régine Pernoud, Jean Gimpel, Roland Bechmann, Villard de Honnecourt. Disegni. Dal manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi (n. 19093), a cura di Chiara Formis, Jaka Book, Milano 1988
- Jurgis Baltrušaitis, Il Medioevo fantastico, Adelphi, Milano 1993
- Jurgis Baltrušaitis, Arte sumera, arte romanica, Adelphi, Milano 2006
- Anna e Grazia Ceccanti, Lo scrigno dei Templari, Bandecchi e Vivaldi, pontedera 2006

- Colonia, 1486 – Grenoble, 1535.
- Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, De Occulta Philosophia. Libro I, a cura di Giuseppe Pascarelli, Grenelle, Potenza 2015, pag. 104
- Schwerin, 1741 – Darmstadt, 1816.
- Berlino, 18 marzo 1733 – Berlino, 11 gennaio 1811
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 119
- Ibidem, pag. 119-120
- Graz, 9 giugno 1774 – Vienna, 23 novembre 1856
- Avignone, 1771 – Vienna, 1839
- Westminster, 1764 – Parigi, 1840.
- Joseph Von Hammer – Prosper Mignard, Le pratiche occulte dei Templari, a cura di Vittorio Fincati, Tipheret, Acireale 2024, pag. 13
- Ibidem, pag. 12-13.
- In realtà come osserva Andrea Nicolotti: Si è spesso scritto che gli originali sono perduti, e qualcuno li ha dichiarati mai esistiti, del tutto inventati; in realtà essi esistono e nel 1866 sono finiti, corne moltissimi altri oggetti della collezione De Blacas, al British Museum di Londra, dove ho verificato che sono tuttora conservati, e con essa il cofanetto. In Statue. Rituali, scienza e magia dalla Tarda Antichità al Rinascimento, SISMEL, Firenze 2017, pag. 328.
- La quale pure emanava ancora qualche vagito in un tempo non lontanissimo da quello dei Templari, cfr. Jules Loiseleur, I segreti dei Templari, a cura di Luisa Lanni, Odoya, Città di Castello 2017.
- Cfr. Spartakus Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019.
- Arnay-le-Duc 1883 – Parigi 1965.
- Spartakus Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 123.
- Cfr. ad esempio: Anna e Grazia Ceccanti, Lo scrigno dei Templari, Bandecchi e Vivaldi, pontedera 2006.
- 1816 – 1900.
- Per un’edizione italiana cfr. Jules Loiseleur, I segreti dei Templari, a cura di Luisa Lanni, Odoya, Città di Castello 2017.
- In Spartakus Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 127.
- Trad. italiana in Joseph Von Hammer – Prosper Mignard, Le pratiche occulte dei Templari, a cura di Vittorio Fincati, Tipheret, Acireale 2024
- Cfr. Spartakus Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 130.
- Ibidem, pag 135.
- Parigi 1819 – Pau 1897
- Luois Grégoire, Dictionnaire encyclopédique d’histoire, de biographie, de mythologie et de géographie, Grenier frères, 1871, in Spartakus Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 139. L’opera del Grégoire è consultabile su Gallica.
- Montigny-le-Roi, 1842 – Juvisy-sur-Orge 1925.
- Bristol 1880 – Richmond upon Thames 1948.
- Cfr. Spartakus Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 139-140.
- Aurillac 1828 – Cusset 1900.
- Cfr. Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 139.
- Saint-Illide nel Cantal 1862 – Parigi 1926.
- Alphonse Louis Constant, Parigi 1810 – ivi 1875.
- Parigi 1867 – Sartrouville 1935
- Riom,Puy-de-Dôme 1951.
- Blois 1886 – Il Cairo 1951.
- Blois 1871 – Vincennes 1954.
- 1880 – 1949.
- Edward Alexander Crowley, Leamington Spa 1875 – Hastings 1947.
- Simla 1924 – Londra 1996.
- 1903 – 1999.
- Cfr. Freeman e Soror D. S., Il Bafometto, Mediterranee, Roma 2019, pag. 139 e seg.
- Parigi 1921 – Désertines 2004.
- Roberto Volterri e Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 36
- Parigi 1915 – ivi 1964
- Roberto Volterri e Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 36
- 1901 – 1988.
- Il capolavoro di questo filone è il libro di Keith Laidler, Il segreto dell’Ordine del Tempio. Alla ricerca delle verità nascoste dietro il misterioso culto della testa di Dio, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2001
- Cfr. Jules Loiseleur, I segreti dei Templari, Odoya, Perugia 2017.
- 1200 – 1250.
- Il tacquino di Villard de Honnecourt è fruibile dal lettore italiano in Alain Erlande-Brandenburg, Régine Pernoud, Jean Gimpel, Roland Bechmann, Villard de Honnecourt. Disegni. Dal manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi (n. 19093), a cura di Chiara Formis, Jaka Book, Milano 1988.
- Si vedano per es. gli studi di Jurgis Baltrušaitis: Il Medioevo fantastico (1993) e Arte sumera, arte romanica (2006) entrambi editi da Adelphi.
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