Chi o cosa era (ed è) il Baphomet?
In questo articolo, il primo di quattro, si indagano le origini della figura, dalla prima menzione conosciuta del 1098 alle testimonianze dei Templari fino alla tesi della presunta origine islamica e al culto del cranio.
Indice dei contenuti
- L’inverecondo idolo
- In figuram Baphometi: la testa barbuta
- Le descrizioni dell’idolo
- Apostasia
- Esquin De Floyrans
- Le accuse
- La letteratura provenzale e la tesi islamica
- Perché non può essere Maometto
- Maufé, Mahumet e Baphomet
- Un demonio simile ad un moro
- Rewind: la testa barbuta
- La Volpe e il Negromante
- Due testimonianze importanti
- Ugo di Fauro
- Antonio da Vercelli
- Conclusioni
- Bibliografia
L’inverecondo idolo
La figura del Baphomet è una delle più note del moderno esoterismo, spesso a torto identificata con il Satana della cristianità, anche in virtù del fatto che l’immagine della testa di capro sia stata parzialmente rivisitata nella grafica e adottata come logo dalla Chiesa di Satana di Anton Szandor La Vey1. Eppure nelle intenzioni dell’autore del disegno che lo ha reso celebre, Éliphas Lévi2, il Becco non rappresentava necessariamente qualcosa di maligno, anzi era un’allegoria dei valori iniziatici più autentici.
Ma perché Lévi scelse di rappresentare proprio quella icona, con quelle date caratteristiche peculiari? Lévi non fu il primo a parlare di Baphomet ma fu piuttosto il punto di arrivo di una lunga tradizione di speculazioni misteriche, archeologiche ed etimologiche.
Scopo di questo e dei successivi contributi è quello di raccontare la storia di Baphomet o Bafometto come sarebbe reso in lingua italiana, e di spiegarne il simbolismo.
In figuram Baphometi: la testa barbuta
La prima menzione di Baphomet risale al 1098 ed è resa da Anselmo di Ribemont3 che descrivendo l’assedio di Antiochia durante la prima crociata affermò che i Turchi invocarono a gran voce Bafometto4.
Oltre questa prima menzione il Baphomet non si hanno altre testimonianze fino ai verbali del processo contro l’Ordine dei Templari. In realtà nei verbali non si parla di Baphomet ma piuttosto si afferma che l’Ordine del Tempio adorava un misterioso idolo in figuram Baphometi5, cioè simile al (o ad un) Bafometto. Il templare Raymond Rube, ad esempio, affermò che l’idolo consisteva in una testa di legno ubi erat depicta figura Baffometi (su cui era dipinta una rappresentazione di Baphomet6)”.
Molti della Militia Christi7 affermarono di aver visto nelle varie magioni un idolo variamente descritto come una testa, ora coronata, ora dotata di gambe, ora conservata dentro ad un reliquiario. Quasi tutti concordano che tale testa fosse dotata di barba, in alcuni casi la testa viene descritta dotata di quattro piedi. Talvolta avente due o tre volti (uno dei quali sempre barbuto), altre volte le descrizioni parlano di una raffigurazione della testa su tela, legno, travi o pietra, o dipinta in una nicchia (testimonianza di Gaucher de Liancourt8). Raramente si parla di un gatto9. In alcuni casi il gatto era un elemento a sé stante che compariva accanto all’idolo, talvolta su di una nuvola. Giovanni da Nardò disse che questo gatto aveva il manto grigio. Altri affermano che l’idolo avese una testa di gallo10. In alternativa accanto all’idolo potevano apparire delle avvenenti fanciulle11. Talvolta si ha l’impressione che gli stessi Templari durante le deposizioni confondano (volontariamente?) l’idolo con il reliquiario o il luogo ove è custodito.
Sia esso stato un cranio, una statua, una pittura, un gatto o un reliquiario l’idolo dei Templari non è mai stato trovato.
O meglio, in un caso la commissione pontificia riuscì a farsi recapitare un oggetto molto singolare:
Nel detto giorno, 11 maggio [1311], i commissari convocarono davanti a loro Guillelme Pidoye, amministratore e responsabile dei beni del Tempio, detentore, si diceva, delle reliquie che erano state trovate al momento dell’arresto dei fratelli. I commissari ingiunsero […] di presentare tutte le teste di metallo o di legno trovate negli edifici del Tempio. Guillelme Pidoye e i suoi colleghi misero sotto gli occhi dei commissari una testa grande e di bella fattura, in argento dorato; aveva fattezze femminili e al suo interno c’era un cranio avvolto nelle pieghe di un lino bianco cucito; un sudario (tessuto di tela fine o garza di Siria) di colore carminio era posto su di essa. Su un’etichetta cucita si leggevano una parola e un numero: “Capud LVIII”12.
Non è dato sapere a che cosa si riferisse il numero LVIII (58; talvolta è riportato LVIII m). Ovviamente vi sono ipotesi sul suo significato, a partire da quella che vorrebbe nel numero un semplice codice di inventario.
Un’interpretazione che potrebbe risultare prossima alla verità è quella che vede nell’oggetto un reliquiario con fattezze femminili adoperato per custodire le ossa di qualche santa recuperate dai Templari durante la loro permanenza in Terrasanta.
Torneremo in un altro articolo sul significato della misteriosa cifra, per ora concentriamo l’attenzione sulle testimonianze dei Templari.
Le descrizioni dell’idolo
Quella testa umana io l’ho vista, l’ho toccata e tenuta in mano a Montpellier, in occasione di un capitolo, e l’ho adorata così come tutti i fratelli presenti.
Hugues de Pairaud13.
Leggendo le deposizioni dei Templari non si trova continuità nelle descrizioni dell’idolo e tuttavia anche in questa varietà di fogge che raccontano il Baphomet si possono rinvenire elementi di un qualche interesse.
Bartholomé Rocherii affermò di aver visto la testa ma di non sapere se fosse di avorio, metallo o legno. Aggiunse che questa era velata da un drappo di stoffa leggera e che gli fu detto di invocarla in caso di pericolo14. Del resto in parecchie deposizioni i Templari affermarono che la testa apportasse ricchezze, facesse fiorire gli alberi e infine germinare la terra15. Il templare Étienne Trobati dichiarò che l’idolo aveva forma di testa con (accanto? Sopra?) una croce sulla quale vi era raffigurato il Cristo. Disse anche che gli fu ingiunto di non credere che il Cristo fosse morto, perché ciò non era possibile ma che “dovevo affidarmi a quell’idolo, che mi fece adorare e baciare come una reliquia16”. Così anche Étienne de Troyes il quale affermò di aver partecipato all’adorazione dell’idolo dove il visitatore17 affermò “adoriamolo e rendiamogli omaggio, affinché ci aiuti e non ci abbandoni”. A queste parole tutti si alzarono con grande rispetto per rendere omaggio all’idolo18”.
Alcuni templari testimoniarono che all’idolo si rivolgevano le parole Deus adjuva me19.
Per quanto riguarda la stoffa che copriva l’idolo questa potrebbe anche essere stata posta a guisa di cappuccio, come lascia intendere la deposizione di Barthélemy Boucher20. Anche in questo caso la testa è descritta come dotata di barba. Sempre di una testa barbuta chiamata dagli adoranti il loro Salvatore parla la deposizione di Raynier de Larchant21. In deposizioni simili si ribadiscono le qualità benefiche dell’idolo: “tu devi adorarlo come Salvatore tuo e di tutto l’Ordine” fu detto ad un Templare “ed egli – riporta la deposizione – lo ha adorato con le parole: Benedetto sia colui che salverà la mia anima22“.
Come detto in alcune occasioni si parla di un idolo bifronte o tricefalo: Guillame d’Herblay, ad esempio, parlò di una testa a due volti dotata di barba, fusa in argento e rivestita d’oro.
Similmente anche altre testimonianze e cronache d’epoca affermano:
“Per singulas provincias habebant idolátrico, videlicet capita quorum aliqua habebant tres facies, et aliqua unam, et aliqua craneum humanum habebant”
“in ogni provincia tenevano idoli, ossia teste, alcune delle quali con tre facce e alcune con una, mentre altre avevano un cranio umano23”.
Ai materiali finora elencati se ne aggiunge un altro che potrebbe avere inquietanti risvolti: Hugens de Bure parlando della testa non sa dire se era fatta di oro, argento oppure di cuoio24. Il cuoio potrebbe far pensare anche ad una tesa umana mummificata, come di fatto affermano le deposizioni di alcuni Templari. Per esempio Étienne de Troyes affermò che l’idolo gli pareva “di carne, dalla sommità al collo, con peli di cane non ricoperti d’oro e d’argento, un vero volto di carne che gli parve livido e pieno di macchie; la barba era simile a quella di certi templari, una mescolanza di peli bianchi e neri […] sentì dire che si trattava della testa del primo Maestro dell’Ordine, Ugo de’Pagani. Dalla nuca fino alle spalle essa era tutta completamente tempestata di pietre preziose incastonate in oro e argento25“.
L’idolo viene spesso descritto come “nero e orrendo“, così, ad esempio, nella deposizione di Raymond Narbonne26. ma altre testimonianze affermano che fosse colorato di rosso27.
Interessante la testimonianza di Raoul de Gisy in quanto fa riferimento ad un termine, Maufé, sul quale torneremo in seguito: “Questa testa io l’ho vista in sette capitoli […] Viene mostrata e tutti si prostrano a terra, si tolgono il cappuccio e la adorano. […] Il suo volto è orribile, pare il volto di un demone, di un maufé. Ogni volta che la osservavo, mi prendeva un tale terrore che non riuscivo quasi a guardarla, e tremavo in tutto il corpo28”.
Nella loro monografia sul Baphomet i ricercatori Roberto Volterri e Alessandro Piana riportano anche una menzione italiana dell’idolo. Nel 1307 un Templare che era stato in forza in una Magione delle Puglie dichiarò che il Gran Precettore delle Puglie e degli Abruzzi lo condusse “in un luogo protetto e segreto […] e gli mostrò molti preziosi oggetti liturgici e armi di stupenda fattura; poi il precettore aprì un reliquiario posto alla sinistra del passaggio da cui erano entrati, in prossimità di una piccola apertura del pavimento, e genuflettendosi a capo scoperto e mani giunte, gli mostrò un idolo che pareva di metallo, dal sembiante di un ragazzo in posizione eretta e alto circa un cubito29”. Altre testimonianze italiane parlano di idoli conservati nelle magioni di Santa Sofia a Pisa e a Bologna (queste due raffigurazioni dell’idolo sembrano essere state molto simili tra loro stando alle testimonianze dei processi fiorentini30).
Nei processi italiani ai Templari l’idolo viene spesso chiamato maginat, l’immagine ed è descritto come una testa pallida dai lunghi capelli neri31.

Apostasia
Secondo l’interpretazione più accreditata la parola Baphomet deriverebbe da una storpiatura provenzale per Mahometh, il nome del Profeta dell’Islam. Ciò parrebbe anche essere attestato da documentazione apparentemente inoppugnabile, quali per esempio componimenti trobadorici coevi alla vicenda dei Templari, e denunce come quella resa da Esquin de Floyrans.
Esquin De Floyrans
La denuncia di Esquin de Floyrans (anche Esquieu de Floyran) priore di Montfaucon ed ex templare, rappresenta un caso particolare in quanto precede (1305) l’avvio della procedura che avrebbe portato l’ordine dei templari alla soppressione (1307). Il priore era stato bandito dal Gran Maestro dell’Ordine per aver condotto una vita disonorevole.
Coevo del De Floyrans fu un tale Nofodei di origine fiorentina già precedentemente esiliato da Firenze, anche Nofodei era stato bandito dall’Ordine.
I due avevano cercato senza successo di rientrare in possesso delle loro cariche e, forse per rivalsa, furono i primi a denunciare l’Ordine dei Templari. In particolare De Floyrans si rivolse prima al Sovrano d’Aragogna Giacomo II32 e su consiglio di questi al Re di Francia, Filippo il Bello33, per tramite dell’intercessione del Consigliere del Re, Guglielmo di Nogaret34.
De Floyrans trovò sostegno da parte di Filippo il Bello in quanto questi cercava da tempo un modo per impadronirsi delle ricchezze dei Templari, cui peraltro doveva ingenti somme di denaro come risarcimento per alcuni prestiti. Questa vicenda aveva già visto il Re di Francia scontrarsi con l’autorità del Papa, al tempo Bonifacio VIII35; quindi a cercare un dialogo col successivo pontefice Benedetto XI36 e infine a riuscire nel suo disegno con l’avallo di Clemente V37.
De Floyrans, basandosi proprio sulla testimonianza di Nofodei, a suo dire incontrato nelle carceri di Béziers, narrò al Consigliere Reale una strana storia: i Templari erano colpevoli delle peggiori atrocità compiute durante oscuri rituali nei quali si rinnegava il Cristo, si sputava sul crocifisso, si praticava la sodomia e si adorava un idolo38.
Nelle parole del De Floyrans ci sono già tutte quelle accuse che più tardi emergeranno dall’inchiesta inquisitoriale: l’osculum infame – ad esempio – cioè il bacio spudorato che il Gran Maestro dava agli adepti durante l’ammissione all’ordine – oppure, come detto, l’abiura della fede cristiana.
Soprattutto per ciò che concerne i disegni di Filippo il Bello la denuncia del De Floyrans arrivava al momento giusto e di fatto avviò l’indagine aprendo la strada a numerosi altri casi di denunce39.
Le accuse
Nella denuncia del de Floyrans l’idolo dei templari è una figura (non specifica se solo la testa o tutto il corpo) ricoperta di pelle umana, una vecchia pelle che sembra essere stata imbalsamata e con carboni luccicanti al posto degli occhi40. A tali affermazioni segue tutta la (solita) crestomazia di accuse nel tempo recuperate per eretici, ebrei, streghe e altri dissidenti: i templari avrebbero arrostito e divorato bambini e cavato grasso dalle loro carni, grasso con cui avrebbero sacralizzato l’idolo. Quindi avrebbero rinnegato la fede e avuto rapporti contro natura.
Stando alle varie testimonianze raccolte in seguito si appurò (più verosimilmente si indusse a confessare) che il novizio doveva rinnegare la divinità del Cristo e sputare tre volte sulla croce. In seguito prometteva di avere rapporti di tipo sodomitico con i confratelli e sigillava la sua iniziazione dando baci osceni sul dietro, sull’ombelico e sulla bocca all’officiante del rito. Quindi prometteva di adorare un idolo durante i capitoli. In tali occasioni questo idolo veniva sfiorato con una cordicella che ogni fratello si sarebbe poi portato dietro come “cilicio taumaturgico41”.
Nella sua denuncia De Floyrans aggiungeva inoltre che l’Ordine si era convertito all’islamismo e per giunta alleato coi saraceni “tradendo San Luigi42”.
La letteratura provenzale e la tesi islamica
Altre testimonianze coeve alla vicenda storica dei templari portano a considerare l’ipotesi che il nome dell’idolo, Baphomet, sia calcato su Mahomet. È il caso del Senhor per Los nostre peccatz del trovatore Gavaudan nel quale si afferma che Bafometz a escarnitz | els renegatz outrasalhitz (Maometto ha abbindolato [scil. Gli infedeli] | e i rinnegati che sono passati dalla loro parte43. O di un altro poema di Austorc d’Aorlhac (1250 circa) dedicato alla sconfitta della settima crociata nel quale in riferimento agli infedeli si dice: É qu’azorem Bafomet (noi che adoriamo Maometto)44.
Sempre su questo sentiero si muove Ricaut Bonomel che nel suo sirventese Ira et Dolor riporta Bafomet per Maometto e Bafomaria per moschea45. La questione parrebbe quindi chiusa, Baphomet è sinonimo di Mahomet; questa fu la conclusione dell’arabista Sylvestre de Sacy46 che recensendo il lavoro di Joseph Von hammer (ne parleremo prossimamente) notava come nei glossari occitani figurasse il termine Bafomaria in vece di moschea47. Così anche nel glossario Raynouad, nel quale Bafomet è identico con Maometto e Bafomairia è il paese dei maomettani48. Un altro glossario, il Du Cange, riporta Bafumaria e lo definisce un idolo di Maometto49.
Anche da alcuni interrogatori compare talvolta l’associazione tra Maometto e Baphomet, per esempio il templare Rubei parlò di un’immagine di Maometto effigiata su un idolo; il templare Guacerande invece testimoniò intorno ad un idolo simile a quelli di Maometto50.
Anche i due autori del bel volume Il Bafometto, edito in Italia da edizioni Arkeios51 concludono che Baphomet altro non sia che la variante occitana di Mahomet.
L’interpretazione islamica pare essere avallata dalla testimonianza di Anselmo di Ribemont ma anche dal capitolo De Mafomet della traduzione occitana della Doctrina Pueril di Ramon Llull52 che resta ad oggi una delle poche testimonianze del demone Baphomet (in realtà Mafometz nel testo) coeva alla vicenda storica dei Templari. Mafometz (Maometto), dice l’Autore, sarebbe nato a Tripoli. Fu di indole fraudolenta e avrebbe scritto il trattato de l’Alcorà (il Corano).

Perché non può essere Maometto
Nessuno dei sostenitori della tesi islamica però sembra tener conto di alcuni dettagli rilevanti.
Il primo è il fatto che la legge islamica (in particolare alcune ḥadīth) sia caratterizzata dalla tendenza all’anticonismo. In altre parole la raffigurazione del volto del Profeta è vietata.
Viene da chiedersi dunque il motivo per cui i Templari convertiti all’islam avrebbero dovuto infrangere proprio tale divieto raffigurando il volto di Maometto. Peraltro proprio il volto, ovvero quell’unica parte che non poteva essere ritratta. A ciò si aggiunga, come notano Roberto Volterri e Alessandro Piana, che non si ha nessuna testimonianza coeva della diffusione di siffatti idoli nel mondo islamico.
In buona sostanza oltre ad una parola in occitano che potrebbe anche essere anche una deformazione, per esempio una commistione delle parole Maufé – derivante da Malfer, uno dei nomi del Diavolo – e il nome di Maometto, non si ha nessuna prova concreta del fatto che la parola Baphomet si riferisse al Profeta dell’Islam.
Maufé, Mahumet e Baphomet
Non sono in grado di avallare la tesi della contrazione tra parole (Maufé e Maometto) fuse poi in Mafometz ma posso proporre alcuni spunti di riflessione. Per esempio tali commistioni di parole non sono affatto rare nelle lingue romanze e latine del tempo, cfr. per esempio l’occitano mafouà e l’italiano gnaffe (Decameron, giornata I, novella 1) locuzioni popolari per “in fede mia”. Anche l’abitudine a contrarre, mischiare o storpiare i nomi del Diavolo era comune all’epoca, forse per reverenziale timore. Ne sono un esempio gli italiani Cifero (Lucifero) e Lucibello53.
Altro punto nodale è la demonizzazione dell’islamico (il moro), al tempo il vero nemico dell’Occidente. L’Occidente immaginò spesso il Profeta come un vero e proprio demonio e sovente lo raffigurò nelle corti infernali sia come essere diabolico sia come dannato, come per esempio nel Camposanto Monumentale di Pisa.
Con tutta la cautela possibile potrei suggerire che la parola Mafometz si riferisse originariamente ad un demonio o spirito (Maufé, il male affare, il malo arnese) dalle connotazioni infere – nero, scuro, moro – simili a quelle attribuite al nemico per eccellenza. Che poi questo nemico sia il fisico moro o lo spirituale Diavolo per le convinzioni del tempo sembra fare poca differenza. Se si censiscono – anche rapidamente – i testi medievali, da quelli storici a quelli geografici, si troveranno molte indicazioni circa l’idea del moro, del nigrum, sia come persona originaria dell’Africa e del Vicino Oriente (il temibile saraceno), sia come essere sovrannaturale sovente caratterizzato da connotazioni demoniache.
Un demonio simile ad un moro
Per ciò che concerne la definizione in figuram Baphometi cioè “simile a Bafometto”, sempre Volterri e Piana notano come questa similitudine può essere originata dalla memoria delle raffigurazioni di Maometto comunemente dotato di barba, un elemento che torna costantemente nelle descrizioni del Baphomet. Ciò, di nuovo, non significa però che Bafometto e Maometto indichino la stessa figura. Affermando in figuram Baphometi si intende dire che l’idolo assomigliava o ricordava Maometto o, mi permetto di suggerire, un demonio simile ad un moro. Nulla di più.
Infine, per quanto riguarda il glossario consultato da de Sacy e gli altri menzionati è evidente che questi siano frutto di studi su documenti storici e che pertanto seguano le opinioni più accreditate. Ma anche in questo caso non è strettamente necessario che i nomi Baphomet e Mahomet siano intercambiabili.
Piuttosto, mi permetto di suggerire, Baphometh potrebbe fare riferimento a tutto ciò che è pagano, che esula dalla sfera dell’influenza cattolica e per estensione demonico.
Quindi islamismo si, ma anche altre fedi religiose.

Rewind: la testa barbuta
Lasciata la tesi islamica dobbiamo tornare indietro.
Ciò che sappiamo è che all’inizio della sua storia il Baphomet sembra essere stato una testa nella maggioranza dei casi barbuta, in altri di donna, talvolta contenuta in un reliquiario, altre volte semplicemente dipinta su telo o legno e altre volte ancora (forse) una testa umana.
Per quanto la forma del misterioso idolo ci appaia oltremodo inquietante si deve notare come la diffusione di teste, in particolare prototipi di automi, non era così anomala al tempo. Teste simili (se non addirittura intere statue) parlanti o in grado di fare calcoli matematici o astronomici sono attribuite ad Alberto Magno54, Gerberto d’Aurillac (il futuro Papa Silvestro II)55, Ruggero Bacone56, Alnardo da Villanova57 e molti altri personaggi celebri58. Anche guardando ai soli nomi riportati (ma si potrebbe ampliare di molto la lista) si noterà che i possessori di teste magiche o automatiche proliferano nei secoli X-XIV e nell’area nord europea. Con un solo caso, quello di Alnardo da Villanova, di origini ispaniche.
È probabile che il nocciolo delle credenze intorno al potere del cranio o della testa sia stato ampiamente diffuso in quel periodo e abbia le sue origini sia nella concezione cosmologica tradizionale (il culto del cranio risale al Neolitico ed è perdurato nel nord Europa fino a tempi recenti) sia nell’innovazione tecnologica (la scienza araba e bizantina degli automi59).
Si potrebbe obbiettare che il mito della testa – magica o meccanica che fosse – sia stato solo appannaggio di una classe colta, in grado di poter leggere il greco o l’arabo quando non addirittura di finanziare la riproduzione degli automi descritti nella trattatistica bizantina o araba. O capace di indagare capillarmente sul territorio intorno alle tradizioni magiche preservatisi da tempi arcaici. Non è così.
La Volpe e il Negromante
In realtà anche la letteratura più popolare conobbe tale mito: è il caso di una delle branches del Roman de Renart (XII secolo).
Per recuperare il favore del Re a seguito di una condanna, la Volpe Renart decide di recarsi a Toledo per apprendere la negromanzia60 e risolvere magicamente i propri problemi. Affamato e provato dal lungo viaggio, Renart una volta giunto in città riesce ad entrare nella dispensa di un uomo, tale Henri, che solo in un secondo momento si scoprirà essere maestro di negromanzia. La Volpe viene però catturata dagli allievi di Henri il quale, visto il bel manto dell’animale, decide di tenerlo con sé, curarlo e nutrirlo e soltanto in seguito squoiarlo. Renart sta al gioco: ora può apprendere la negromanzia | poiché essi gli riservano molte premure | ogni giorno si accuccia in classe | e ascolta tutto quello che il maestro dice61. Il tempo passa e la Volpe sembra addomesticarsi tanto che il Maestro la lascia circolare libera per casa. Finché una notte accade l’irreparabile:
Una notte si alzò dal giaciglio | e segui il maestro | in una stanza a volta sotto terra, | dove egli andava a cercare la sua conoscenza | da una grande testa cava | che era fatta di rame fuso. | Da quella prendeva i suoi consigli | più segreti e più intimi. | “Grande signore – disse il maestro – che significa? | In questo momento ho molti compagni | che sono assai sapienti nella vostra arte. | Essa non rende loro nemmeno un denaro di lardo | e neanche mezzo di sevo, | perché non riescono a capirne un punto, | ne sono afflitti e turbati”. | La testa gli ha risposto: | “Maestro, voi ne avete studiato per molti giorni | e più tempo ancora, eppure non sapete | e non potete capire da solo | perché essi non la sanno mettere in pratica62”
La testa descrive quindi al maestro un rituale finalizzato ad incrementare il proprio potere magico. Rituale che la Volpe si affretta a mettere in atto riuscendo così ad ottenere la conoscenza desiderata e a fuggire dalla casa del Maestro.
La presenza della testa di bronzo dimostra la diffusione del mitologhema anche tra i ceti bassi della popolazione: le branches del Roman de Renart spesso erano parte del repertorio dei giullari e la diffusione della materia del Roman travalicò il territorio francese. Ad oggi infatti le branches sono tradite da un nutrito numero di manoscritti redatti in francese, spagnolo, italiano e tedesco63.
Due testimonianze importanti
Ma, viene da chiedersi, nelle deposizioni dei Templari ci sono testimonianze più dettagliate che associno l’Ordine al culto del cranio? Si, ci sono. Almeno due e molto dettagliate.
Ugo di Fauro
Una testimonianza importante sul misterioso idolo dei Templari e sul culto della testa fu resa agli inquisitori da Ugo di Fauro. Questi raccontò che dopo la caduta di Acri si trovava a Cipro. Qui gli fu raccontata la storia di un nobile innamorato di una fanciulla di Maraclea a Tripoli. La ragazza era morta e il nobile non avendo potuto possederla in vita risolse di esumarne il cadavere. Dopo aver profanato la tomba si apprestò ad appagare le proprie passioni. Una misteriosa voce lo invitò a non andarsene senza aver prima reciso la testa alla ragazza. La voce indicò anche quale fosse il modo migliore per conservare la testa che, nel tempo, si rivelò poi fonte di potere magico.
Antonio da Vercelli
Una storia simile fu raccontata da Antonio da Vercelli, notaio dei Templari in Siria: a Sidone era vissuto un uomo innamorato di una dama che non era mai riuscito a possedere finché essa era viva. Anche in questo caso l’uomo viola la tomba e ha commercio carnale con le spoglie della donna. Quando ha finito una voce gli dice “torna quando sarà giunto il tempo del parto e troverai una testa: quello è tuo figlio”. Nove mesi dopo l’uomo torna alla tomba e apertala trova una testa umana. La voce che gli aveva profetizzato la nascita gli dice “Conserva bene questa testa, poiché da essa riceverai ogni benedizione64”.
Proprio basandosi su queste storie Roberto Volterri e Alessandro Piana65 avanzano l’ipotesi che il culto dell’Idolo del Tempio origini da una tradizione popolare diffusa in Siria e accolta dai Templari ivi stanziati. Inoltre i due autori sottolineano come il tema si ripresenti in molte altre storie, non ultime quelle relative al ciclo del Graal, in particolare con un parallelo riscontrato nella storia di Peredur:
Peredur conversava con lo zio quando vide due uomini attraversare la sala ed entrare in una camera: portavano una lunga lancia dalla cui punta colavano a terra tre rivoli di sangue. […] Dopo qualche istante di silenzio, entrarono due fanciulle che portavano un grande vassoio sul quale poggiava la testa di un uomo immersa nel sangue
Tuttavia per ciò che concerne il passo appena citato si può pensare più ad una similitudine con la testa di Giovanni Battista. Dirò di più sulla teoria che vede nel Baphomet nientemeno che il Santo Graal in un altro contributo. Torniamo alle due storie riportate; in queste e in altre simili ci sono mito, folclore, magia; la loro ampia diffusione, unita alle leggende su teste parlanti o automatiche, rivela l’antichità del tema che, come già osservato, probabilmente risale al Paleolitico. Lo stesso tema del giacere con un cadavere ed avere in seguito rivelazioni è antichissimo e si rinviene già in alcuni scritti manichei delle origini66. Per il mito della testa recisa e conservata con amore basti ricordare, tra i tanti, la novella di Lisabetta da Messina (Decameron, Giornata IV, novella 5) scritta da Giovanni Boccaccio67 oppure la testimonianza di Tito Livio68 (Storie X, 26) nella quale racconta dell’uso dei guerrieri gallesi tagliare la testa ai nemici e appenderla ai loro cavalli o di Diodoro Siculo69 e Strabone70 che parlano di teste appese alle porte delle case (probabilmente con uso apotropaico). Si osservi infine che se le due storie non fossero state ritenute di una qualche rilevanza difficilmente Ugo di Fauro e Antonio da Vercelli le avrebbero raccontate in fase di interrogatorio. Un’osservazione importante è quella di due autorevoli studiosi, Herder e Münter, i quali vedono in Baphomet un nome generico di Maometto che si riferiva a tutte le figure, in particolare teste, incantate provenienti in parte dall’Oriente e in parte dalla Spagna71.
Conclusioni
Da questo primo nucleo centrale si possono dipanare vari sentieri di indagine: dunque il Baphomet era una testa oggetto di culto? La testa era quella di un idolo bifronte? O aveva in un qualche modo a che fare col Graal? O magari era un simbolo che compendiava in sé più elementi misterici riconducibili al sapere tradizionale, quello dei pagani? O – come sostengono alcuni – era la raffigurazione del volto del Cristo, forse la sindone stessa? Queste e altre ipotesi saranno analizzate nei prossimi contributi alla luce della documentazione disponibile e delle varie teorie che si sono susseguite nel tempo.
Gli altri contributi sul Baphomet:
Quattro contributi sul Baphomet #02 – Arabeschi gnostici e mirabilia etimologici
Quattro contributi sul Baphomet #03 – La testa, le corna, la barba. il Baphomet secondo Éliphas Lévi
Quattro contributi sul Baphomet #04 – Un solo dio, tutti gli déi
Bibliografia
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- Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Mondadori, Milano 2013
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- René Nelli, Scrittori Anticonformisti del Medioevo Provenzale, Luni Editrice, Trento 1996
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006
- Joseph Von Hammer – Prosper Mignard, Le pratiche occulte dei Templari, a cura di Vittorio Fincati, Tipheret, Acireale 2024
- Vita e morte avventurose di Renart la volpe, a cura di Massimo Bonafin, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012

- Anton Szandor Artur LaVey, pseudonimo di Howard Stanton Levey; Chicago 1930 – San Francisco 1997.
- Alphonse Louis Constant, noto anche con lo pseudonimo di Éliphas Lévi; Parigi 1810 – Ivi 1875.
- ? – Febbraio 1099.
- Fonte: Encyclopedia Britannica.
- Deposizione del Templare Gaucérant m cfr. Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 28-29.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 106.
- Il nome ufficiale dei templari era Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonis (o Hierosolimitani), vale a dire, Poveri Commilitoni di Cristo e del Tempio di Salomone (o di Gerusalemme). Il titolo milites templi che talvolta viene adoperato in riferimento ai templari deriva – suppongo – dalla bolla Milites Templi promulgata da Celestino II nel 1244.
- Cfr. Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 104.
- Deposizione del Templare Gaucérant m cfr. Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 23.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 104
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 26
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 111-112
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 23
- Ibidem, pag. 23
- Ibidem, pag. 23
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 104.
- Precettori, visitatori e comandanti erano i tre gradi dell’Ordine sui quali dominava il Gran Maestro.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 104.
- Jules Loiseleur, I segreti dei Templari, Odoya, Perugia 2017, pag. 31.
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 23
- Ibidem, pag. 24
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 105.
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 22
- Ibidem, pag. 24
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 104.
- Ibidem, pag. 104.
- Ibidem, pag. 105.
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 25. Cfr anche Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 105.
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 26
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 104.
- Cfr. Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 182 e Giulio Cesare Lensi Orlandini Cardini, Il Bafometto dei Templari a Firenze, Edizioni Arktos, Torino 1988.
- Valencia, 10 agosto 1267 – Barcellona, 2 novembre 1327.
- Fontainebleau, 1268 – Ivi 1314.
- Saint-Félix-Lauragais, 1260 – ivi, 1313
- Anagni, 1230 circa – Roma, 1303
- Treviso o Valdobbiadene, 1240 – Perugia, 7 luglio 1304
- Villandraut, 1264 – Roquemaure, 20 aprile 1314
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 18.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 43-44
- Ibidem, pag. 101
- Roberto Volterri/Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 21. Per ciò che concerne la sodomia gli Autori notano che la pena per un peccato così grosso era enorme tra i templari i quali definivano l’atto “peccato così bestiale, così osceno e orribile che non si deve neppure nominare”. Il peccato di sodomia comportava l’espulsione dall’Ordine.
- I Templari rifiutarono di contribuire al riscatto per la liberazione di Luigi IX fatto prigioniero durante la settima crociata.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 106. Il testo intergrale è riportato e tradotto in René Nelli, Scrittori Anticonformisti del Medioevo Provenzale, Luni Editrice, Trento 1996, pag. 178.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 106.
- Ibidem, pag. 107
- Parigi, 1758 – Ivi 1838
- In Magazine Encyclopédique, cfr. Joseph Von Hammer – Prosper Mignard, Le pratiche occulte dei Templari, a cura di Vittorio Fincati, Tipheret, Acireale 2024, pag. 11.
- Ibidem, pag. 64
- Ivi.
- Ibidem, pag. 64Ivi.
- Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019
- Palma di Maiorca, 1232 – Mar Mediterraneo, 29 giugno 1316. Sul capitolo cfr. Maria Cristiana Maraviglia, Una versione toscana della Doctrina pueril di Raimondo Lullo, Antonianum, Roma 2023 e Maria Carla Marinoni, La versione occitanica della Doctrina Pueril di Ramon Llull, LED Edizioni Universitarie, Milano 1997, pag. 194.
- Cfr. per es. gli studi di Alfonso Maria di Nola (Il Diavolo, Newton Edtori, Milano, 1987.) e di Gian Luigi Beccaria (I nomi del mondo, Einaudi, Milano, 2000).
- Lauingen, tra il 1193 e il 1206 – Colonia, 15 novembre 1280.
- Alvernia, 940-950 circa – Roma, 12 maggio 1003.
- Ilchester, 1214 circa – Oxford, 1292 circa.
- Valencia o Villeneuve-lès-Maguelone, 1240 – Genova, 1312 o 1313.
- Cfr. Arturo Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, a cura di Franco Cardini, Edizioni Studio tesi, Pordenone 1993, pag. 282.
- Per una rapida introduzione cfr. Per una iconologia degli automi, in Cesare Battisti, L’Antirinascimento, Feltrinelli, Milano 1962, pag. 220 e seg.
- L’Università di Toledo era celebre per gli insegnamenti magici e astrologici, in buona sostanza negromantici.
- Renart Mago, in Massimo Bonafin, Le Metamorfosi di Renart la Volpe, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2021, pag. 167
- Ivi
- Sulla produzione francese cfr:
• Il romanzo di Renart la volpe, a cura di Massimo Bonafin, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1998;
• Vita e morte avventurose di Renart la volpe, a cura di Massimo Bonafin, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012;
• Le metamorfosi di Renart la volpe, a cura di Massimo Bonafin, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2021.
Per quella tedesca cfr. Massimo Bonafin, Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart, collana Biblioteca Medievale Saggi, Carocci, Roma 2006.
Per quella italiana tra i tanti cfr. Anna Lomazzi, Rainaldo e Lesengrino, Biblioteca dell’Archivum Romanicum. Serie I: Storia, Letteratura, Paleografia, Leo Olschki, Firenze 1972. - Spartakus FreeMann / Soros D. S., Il Bafometto, Edizioni Arkeios, Roma 2019, pag. 111
- Cfr. Alessandro Piana, Baphomet, sulle tracce del misterioso idolo dei Templari, Sugarco Edizioni, Varese 2006, pag. 29
- Cfr. Gherardo Gnoli, Il Manicheismo, 3 voll., Mondadori/Fondazione Lorenzo Valla, Milano 2003-2008.
- Cfr. Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Mondadori, Milano 2013. Il Boccaccio sembra essere stato ben informato intorno al folclore magico che spesso mette in burletta, come nel caso della novella di Calandrino e l’Elitropia (giornata VIII, novella 3) o di Mastro Simone e l’andare in corso (al sabba; Giornata VIII – Novella 9). In particolare nella novella di Gianni Lotternighi (giornata VII, novella 1) Boccaccio mette in burletta un rituale della cultura norrena, il Nidstang. Sul culto della testa e la sua continuità nel folclore europeo cfr. anche Michel Mislin: È soprattutto nella letteratura celtica che il motivo della testa oracolare trova la sua più ampia espressione. Separate dal corpo, le teste continuano ad agire e parlare come se conservassero il soffio vitale che prima le aveva animate, come la testa di Brân nel Mabinogion o quelle dei poemi arturiani, che riprendono il vecchio tema del Fledh Bhricrenn, dove l’eroe Cú Chulainn è il prototipo del cavaliere Gawain. Il motivo celtico della testa tagliata, ancora viva e parlante, è alla base delle leggende cristiane dei santi cefalofori, il più famoso dei quali è san Dionigi (Denis), il vescovo di Parigi. Tutte queste leggende ebbero origine nella Gallia settentrionale, in terra celtica, e non illustrano, come a lungo si era pensato, l’affermazione di san Giovanni Cristostomo secondo cui i martiri avrebbero potuto presentarsi fiduciosi al tribunale di Dio «portando le loro teste tagliate come testimonianza del martirio». È sempre il medesimo sacro potere, vitale e di origine divina, espresso dalla testa tagliata, che attesta la sua fede religiosa. M. Meslin, voce Testa in Enciclopedia delle Religioni diretta da Mircea Eliade, Vol. 4, Il Pensiero. Concezioni e simboli, Jaka Book/Marzorati, Torino 1997, pag. 641.
- Patavium, 59 a.C. – ivi, 17 d.C.
- Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa
- Amasea, ante 60 a.C. – ? tra il 21 e il 24 d.C.
- Joseph Von Hammer – Prosper Mignard, Le pratiche occulte dei Templari, a cura di Vittorio Fincati, Tipheret, Acireale 2024, pag. 11.
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