Il Regno perduto degli Dèi di Francesco Borri è un’opera documentata e avvincente che ricostruisce 900 anni di paganesimo altomedievale (dal IV al XIII secolo). Il saggio evidenzia come il conflitto tra cristianesimo e paganesimo fu caratterizzato da violenze e brutalità da entrambe le parti, guidato non solo dalla fede ma anche da dinamiche politiche e di sopravvivenza. L’autore sottolinea anche che l’immagine del pagano medievale è arrivata a noi quasi esclusivamente attraverso fonti cristiane e smonta il mito di una cristianizzazione dell’Europa avvenuta solo in modo pacifico.
Indice dei contenuti
di Francesco Borri
Editore Carocci, Roma 2026
Formato 15×22 cm – brossurato – Pagine 455
ISBN: 9788829033362
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Valutazione ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐

Non è difficile vedere in Francesco Borri, autore de Il Regno perduto degli Dèi, una certa propensione a sostenere la causa degli Dei Antichi. Una tesi avallata dai riferimenti al neopaganesimo (finalmente qualcuno che non lo giudica negativo a priori) sia nell’introduzione sia nella conclusione del libro, oltre che dalle menzioni sporadiche al mondo metal (Black Sabbath, Iron Maiden e altri) che talvolta fanno capolino tra le pagine del suo denso studio. Denso è la parola giusta per questo Regno Perduto, in quanto in circa 400 pagine — che sembrano molte ma che in realtà appena bastano — l’autore ricostruisce il paganesimo altomedievale nel periodo compreso tra il IV e il XIII secolo: ben 900 anni.
I pregi del libro di Borri sono tanti, a partire dalle fonti, tutte puntualmente riportate e quasi tutte ritradotte dall’autore stesso. La scrittura è secca, asciutta, diretta. Tanto che più di una volta una semplice frase lapidaria posta a chiusura di un paragrafo mi ha invitato a chiudere il volume e posarlo sul tavolo, per meditare meglio sul senso di poche parole ricche di sfumature. Mi piace.
La divisione in capitoli segue l’evoluzione temporale, ma con la propensione a dividere la materia per aree geografiche, dal grande Nord all’Est dell’Europa (per ammissione dello stesso autore, uno dei territori più ricchi di fonti). Non mancano i grandi classici: dall’Indiculus, testimone prezioso delle pratiche pagane dell’Alto Medioevo, a stralci delle vite dei monaci che vollero evangelizzare il mondo allora conosciuto, fino alle descrizioni di templi, sacelli, sacrari e — purtroppo — alle cronache della loro distruzione.
Il libro si apre con una doverosa specifica, chiarendo chi e cosa era (ed è) pagano. Pagano, si dirà, è l’abitante del pagus, il villaggio della Tarda Antichità e dell’Alto Medioevo. Borri non sembra essere completamente d’accordo e sceglie di andare più a fondo nella questione: pagano è certamente colui che risiede nel pagus, ma lo è in contrapposizione a chi vive nella civitas, la città. La civitas dei cristiani, tuttavia, non è una città fisica, bensì una comunità spirituale (ἐκκλησία, ekklēsía). Il pagano, pertanto, non è semplicemente colui che risiede fuori dalla città reale, ma è colui che si estromette dalla civitas Dei, la Città di Dio. Va da sé che un pagano (o gentile, come più spesso si diceva) è tale non tanto in virtù dell’aver scelto di dare continuità a un percorso spirituale, quanto per la percezione che i componenti della militia Dei (la milizia divina) hanno di lui. Borri è molto chiaro su questo aspetto nel primo capitolo.
Non si creda però che il libro sia tutto così, permeato solo di analisi, filologia e sottigliezze teologiche. No, assolutamente. Già dalle prime pagine si entra nel vivo di una narrazione che, almeno nel mio caso, tiene incollati al testo fino alla fine, come se si stesse celebrando una grande epopea. Era da tempo che non trovavo un libro così coinvolgente.
I cristiani che massacrano…
Nel libro trovano ampio spazio gli estratti dalle cronache d’epoca, e molti stringono il cuore (e fanno arrabbiare) quando si legge che, sotto l’egida impietosa della croce, il cristianesimo distrugge, annienta e letteralmente livella gli antichi templi per poi usurparne il suolo con chiese e monasteri. Le cronache sono crude e spietate: uomini e donne massacrati, luoghi sacri profanati, effigi divine smembrate e utilizzate per alimentare fuochi da campo. E sempre, e dico sempre, si leva la voce del beato o santo di turno che declama l’invincibilità del proprio dio.
e i pagani che decapitano
A ben vedere, però… anche i pagani non sono stati molto teneri. Decapitazioni, linciaggi, ribellioni e assassinii: insomma, neanche dalla parte dei pagani si sono lesinate le brutalità.
Alla fine si tratta di uomini.
Uomini che vissero in un periodo che di certezze ne aveva ben poche, in particolare per la parte più debole della società, il popolo. Pertanto, spesso la querelle tra paganesimo e cristianesimo non fu guidata soltanto da criteri legati alla fede, ma piuttosto alla sopravvivenza o addirittura a strategie politiche. Re che battezzarono i figli pur restando pagani (per garantirsi un reciproco aiuto nell’aldilà), intere regioni che accolsero il cristianesimo per testarne la validità salvo poi tornare agli antichi Dei, padri contro figli o figli contro padri divisi dall’adesione all’una o all’altra parte più per motivi politici che spirituali alternano le loro vicende lungo un’ampia parte del volume. Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo fu anche questo. E in questo senso, il libro è godibilissimo e molto documentato.
L’Indiculus e l’Abrenuntiatio
Aggiungo che parlare di paganesimo altomedievale non è così facile, poiché ciò che chiamiamo paganesimo riferito a quel periodo è in realtà un insieme spesso non omogeneo di pratiche e precetti che si somigliano solo parzialmente da regione a regione. In questo senso, due documenti fondamentali del tempo aiutano a comprendere le pratiche comprese nell’ampio concetto di paganesimo dell’Alto Medioevo: uno è l’Indiculus superstitionum et paganiarum dell’VIII secolo — un vero e proprio indice, come dice il titolo, destinato ad essere poi sviluppato probabilmente in un testo più ampio (anche se non sappiamo se ciò sia mai avvenuto). L’altro è l’Abrenuntiatio Diaboli (o Sächsisches Taufgelöbnis), anch’essa dell’VIII secolo. Tale documento ci tramanda la classica rinuncia agli inganni del Demonio, ma è molto importante perché, oltre a essere un testimone linguistico di grande valore, tradisce i nomi di alcune divinità del mondo nordico.
Questo il testo in antico sassone:
Forsachistu diobolae? / ec forsacho diabolae.
end allum diobolgilde? / end ec forsacho allum diobolgilde.
end allum dioboles uuercum end uuordum? / end ec forsacho allum dioboles uuercum end uuordum, Thunaer ende Uuoden ende Saxnote ende allum them unhulthum the hira genotas sint.
E questa la traduzione:
Rinunci al diavolo? / Io rinuncio al diavolo.
E a tutti i sacrifici al diavolo? / E io rinuncio a tutti i sacrifici al diavolo.
E a tutte le opere e le parole del diavolo? / E io rinuncio a tutte le opere e le parole del diavolo, a Thor (Thunaer), Odino (Wodan) e Saxnot, e a tutti i demoni che sono loro compagni.
Mentre nel primo documento si testimoniano pratiche eterogenee quali la preparazione di filatteri, la divinazione col fuoco, i sacrifici a Giove e Mercurio, i simulacri condotti nei campi per propiziare la fertilità e le offerte e i banchetti presso le tombe (cosa che poi avrebbero fatto e continuano a fare anche i cristiani), il secondo rivela i nomi di Thor, Odino e Saxnot, tre divinità del mondo norreno. A proposito di Odino/Wotan, l’importanza di quest’ultimo crebbe notevolmente proprio nel periodo altomedievale, stando alla ricostruzione di Borri.
La costruzione del Pagano
A dispetto della loro indiscutibile validità storica proprio l’Indiculus e l’Abrenuntiatio aprono a considerazioni di una certa importanza.
A ben vedere non si hanno che pochissimi testimoni scritti di pugno da parte di uomini aderenti al paganesimo. Pertanto — ed è questo un altro punto nodale del libro — la costruzione dell’immaginario pagano altomedievale ci è restituita solo parzialmente e dal punto di vista del cristianesimo proprio da documenti quali l’Indiculus e l’Abrenuntiatio. Pur mantenendo un’importanza storica rilevante tuttavia anche tali scritti potrebbero essere solo parzialmente aderenti al vero. Purtroppo non sapremo mai con certezza quanto la figura del pagano dell’Alto Medioevo rispecchi la realtà storica e quanto l’immagine che il cristianesimo ha voluto tramandarne: anche se documenti come l’Indiculus e l’Abrenuntiatio ci offrono delle testimonianze si deve comunque tenere presente che essi sono stati scritti dai cristiani.
Striges e ficti lupi
Negli incubi del cristianesimo imperano streghe e lupi mannari, ovvero donne eretiche e ribelli e uomini imbarbariti. Essi brulicano l’immaginario cristiano come figure liminali lontane dalla Civitas Dei. A dispetto del susseguirsi di secoli, popoli e regni, nell’immaginario dei monaci, degli evangelizzatori, dei vescovi, dei teologi e persino del popolo di Dio, queste figure per metà sensuali e per metà orrifiche alimentano l’incubo del perturbante che giunge a sovvertire il vivere civile. Per questo motivo il libro si apre e si chiude parlando dell’impatto che tali figure hanno avuto nel pensiero altomedievale, chiudendo il discorso proprio come in un grande cerchio.
Personalmente ho trovato godibilissimi i capitoli sul paganesimo norreno, sui Vichinghi, sulle tradizioni slave, sulle sopravvivenze pagane nei mondi franco e sassone e anche i riferimenti a boschi e fonti sacre (entrambi molto diffusi). Un po’ meno mi ha coinvolto la storia della cristianizzazione dell’Irlanda, ma forse solo perché i documenti in merito sono più accessibili (esistono ad esempio molte edizioni della vita di San Patrizio) e quindi molte cose le conoscevo già. Mi è piaciuto anche scoprire i nomi di molte divinità che non conoscevo, spesso testimoniate da un unico reperto, come incisioni o manoscritti.
Un grande affresco storico
Il libro racconta una grande epopea troppo spesso messa in ombra nei racconti delle vite di santi e martiri, narrazioni che sovente distorcono la realtà dei fatti alimentando il mito di un cristianesimo diffusosi in modo capillare e pacifico nel Vecchio Mondo grazie all’opera degli evangelizzatori. La realtà dei fatti — e l’opera di Borri lo dimostra — è molto diversa: più spesso la croce è stata affiancata o sostituita dalla spada, dal ricatto e dalla coercizione.
In sintesi, il libro di Borri merita 5 stelle sia per la capacità narrativa, sia per l’abbondante documentazione e la capacità di sintesi di un’epopea troppo spesso accantonata dalla Storia ufficiale.

Crediti fotografici: © Marco Barsotti 2026
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