di Max Dashu – Traduzione di Valeria Trisoglio
Editore Venexia, Roma, 2016, 20182
Formato 15×22 cm – brossurato – Pagine 462
EAN: 9788899863180
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Valutazione ⭐ ⭐ ⭐ ⭐
Indice dei contenuti
L’impressione che si ha nel concludere la lettura del volume Streghe e Pagane, le donne nella religione popolare europea, è quella di osservare un gran galeone, sfarzoso, ricco, brulicante di bandiere, vele, marinai e cannoni ma che, purtroppo, non sempre riesce a tenere la rotta.
Intendiamoci: se si escludono alcune etimologie forse da aggiornare, un esiguo numero di refusi e alcune prese di posizione dell’Autrice il libro è molto bello e ricco di contenuti. Ma è il modo di legare questi contenuti che lascia perplessi.
Forse una revisione del titolo potrebbe lasciar intuire meglio il contenuto del libro.
Streghe! No, Valchirie. Anzi: streghe!
I primi capitoli sembrano tener fede al titolo: si parla di streghe. E se ne parla pure in maniera coerente (non è così scontato purtroppo). L’Autrice lega la genesi della strega principalmente alle figure delle Parche, o Norne dato che buna parte del libro si concentra poi sulla mitologia nordica. Quindi in uno dei capitoli più gradevoli affronta la genesi del nome della strega riconnettendolo al concetto di sapiente; in questo senso è molto interessante e ricca di spunti la classificazione che l’Autrice rende intorno a quelli che definisce titoli etnici: Conoscitrice, Donna Saggia, Profetessa, Incantatrice, Guaritrice, Vecchia, Agente Attivo, Mutaforma, Donne del Fato, Spiriti o Antenate. La casistica offerta è davvero notevole e le etimologie – come detto non sempre aggiornate – offrono uno spaccato più profondo dell’ampio concetto di strega.
In parole più schiette questi primi capitoli potrebbero essere considerati un agile quanto utilissimo glossario inerente la figura della strega e la sua collocazione in seno alle varie aree culturali della vecchia Europa.
Il primo problema sorge nel passaggio tra il secondo e il terzo capitolo. Se l’agile glossario appena ricordato attinge da un’area vasta che parte dal Mediterraneo e arriva ai confini estremi – orientali e occidentali – dell’Europa, dal capitolo quarto fino al capitolo sesto l’attenzione si concentra unicamente sul mondo nordico.

Völur, rune e Caiellach
L’Autrice nei capitoli 3-6 approfondisce la figura della donna saggia in seno alla cultura nordica ma questo salto così repentino destabilizza il lettore. Prendendo come riferimento la figura della Völur, la sapiente incantatrice del mondo nordico, l’Autrice ricostruisce la genesi della figura della donna dotata di attributi sciamanici e qualità profetiche con una gran mole di informazioni per lo più di natura archeologica. In particolare uno degli strumenti della Völur, il bastone con la canocchia, viene analizzato con una bella ma interminabile sequenza di comparazioni. All’analisi delle figure delle incantatrici Völur segue quella dell’archetipo mitologico della Grande Déa nella sua ipostasi de la Caiellach. Per quanto questa parte del libro sia bella e anche ricca di narrazione quello che sembra essere il tema principale del libro – almeno stando al titolo – inizia ad andare alla deriva. La strega diventa un elemento marginale in un universo brulicante di divinità, giganti e gigantesse, troll… In particolare questa parte del libro fa riferimento alle mitologie di Svezia, Scozia, Islanda, Irlanda. Con pochi riferimenti al mondo germanico o a quello iberico. Da non appassionato di mitologica nordica ho trovato questi capitoli del libro molto pesanti. Ma sono anche un lettore coscienzioso e salvo rari casi non riesco a digerire l’idea di lasciare un libro a metà, così ho proseguito la lettura.
Toh, chi si rivede? Le streghe!
Dopo aver analizzato l’etimologia della strega e aver deviato ampiamente lungo i sentieri del nord (riuscendo poche volte a collocare cronologicamente con sicurezza le proprie ricerche) l’Autrice compie un balzo temporale e riprende il filo della storia ripartendo dai secoli VII-XI. Si torna quindi a parlare di streghe, dopo 270 pagine!
Devo dire che i capitoli su Regino di Prüm, Burcardo di Worms, Raterio da Verona nonché sulle divinità delle strghe altomedievali, Diana, Erodiade, Holda, Richella e Abundia, sono tra i più chiari e lineari che io abbia mai letto. Qui il libro tocca vette altissime di chiarezza espositiva, collocazione cronologica e possibile ricostruzione etimologica1. In questo capitolo fanno anche la loro comparsa la Sheela-na-gig, Berta e le filatrici e l’allegoria di Luxuria, figure interessanti del mito europeo che, proprio parlando di Alto Medioevo, andrebbero indagate in maniera più approfondita.

I primi roghi si, ma non di streghe
L’Autrice quindi propone una disamina su quelli che potrebbero essere considerati i primi procedimenti “inquisitoriali” (il termine è virgolettato in quanto l’Inquisizione vera e propria sarebbe stata istituita attraverso varie fasi solo tra il 1179 e il 1252). Questa parte non è molto convincente però. Personalmente avrei ampliato il senso del capitolo parlando di repressione della donna e non di sola repressione della strega. In effetti i casi riportati raramente fanno riferimento all’azione della strega, piuttosto rendicontano intorno a casi di adulterio, rinnegamento o ribellione presentando in generale un quadro più attinente al concetto di repressione della femminilità che di inquisizione. L’Autrice basa la sua interpretazione su fatto che in alcuni documenti dell’area del nord Europa la donna inquisita fosse chiamata “strega e puttana” ma ciò, a mio modo di vedere, non costituisce la prova definitiva che tali donne fossero considerate streghe in senso stretto. Probabilmente il termine strega era usato quale dispregiativo.
Si chiude di nuovo col nord
Alla fine del libro si ha un senso di disorientamento. Si è letto tanto, tante cose valide, alcune preziosissime, altre opinionabili. In particolare dopo il capitolo sui primi roghi di streghe (Cap. VIII), si ha la sensazione che per quanto l’opera sia di ampio respiro l’Autrice calchi la mano sulla repressione della donna talvolta anche forzando leggermente delle interpretazioni storiche quando non addirittura leggendo acriticamente i documenti. E comunque il bilancio è positivo.
È in quel momento che il libro cambia nuovamente prospettiva e chiude con un capitolo finale interamente dedicato alla Vǫluspá, la Profezia della Veggente. Un testo certamente suggestivo, bellissimo da leggere anche nella sua edizione italiana2 ma che non c’entra niente coi precedenti due capitoli… Tornano quindi nani, giganti e gigantesse. E il lettore rischia di sentirsi disorientato.
È finita. Anzi, no.
A fine lettura le domande sono tante. E per digerire il libro ci vuole un po’. Certamente un’opera di valore ma da leggere in seno ad una prospettiva di ricerca più ampia, non certo per la sola storia della stregoneria.
Ed è mentre si fanno queste considerazioni che ci si scontra con l’ultimo aspetto peculiare del testo: il libro farebbe parte di una serie di volumi (pubblicati? Non pubblicati?) che dovrebbero contribuire a completare il grande affresco curato da Max Dashu. È li che la lettura acquista un senso: nonostante il fatto che già nell’introduzione l’Autrice avesse chiarito la natura parziale del libro, per come questo è stato presentato – almeno nella sua edizione italiana – non si ha davvero fino alla fine la percezione di star leggendo qualcosa di frammentario, qualcosa da calare in una prospettiva più ampia. Della quale però al momento noi lettori italiani sappiamo poco o nulla.
È questa scelta editoriale a togliere valore al libro. Di per sé al di la delle lacune sottolineate, dei balzi temporali, della presenza per certi versi ridondante del mito nordico, il libro avrebbe anche valore. Ma nel momento in cui non lo si colloca in una prospettiva più ampia rischia di essere percepito come una miscellanea di frammenti cuciti assieme alla rinfusa. E questo purtroppo a discapito della preparazione dell’Autrice.

Crediti fotografici: Copertina © Marco Barsotti 2025
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